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Grottaferrata – A Palazzo Grutter sei appuntamenti letterari con arte, cultura e tanti autori

A partire da venerdì 4 novembre e per tutto il mese la sala convegni di Palazzo Grutter si trasforma in salotto letterario con le presentazioni di sei libri in compagnia degli autori.
 
Penne dalla lunga esperienza e scrittori emergenti si alterneranno ogni fine settimana in uno dei palazzi storici più belli e significativi di Grottaferrata. Libri, arte e cultura animeranno così i pomeriggi novembrini in sei appuntamenti da non perdere, a ingresso gratuito per tutti.
“Una delle prime iniziative nate dal Patto per la lettura, al quale hanno già aderito in 26 tra associazioni, case editrici, librerie, scuole e privati cittadini di Grottaferrata – spiega il Sindaco Mirko Di Bernardo -. La Città del Libro torna ad ospitare importanti autori da dentro e fuori il nostro territorio, con l’obiettivo di rendere la rassegna letteraria un appuntamento culturale periodico, permanente e diffuso, che nei prossimi mesi porteremo anche negli altri luoghi della cultura di Grottaferrata e nella stagione estiva all’interno dei nostri parchi e giardini”.
La rassegna letteraria è un’iniziativa dell’Assessorato alla Cultura di Grottaferrata in collaborazione con la Consulta della Cultura e la Libreria Adeia Ubik Grottaferrata.
𝐈𝐋 𝐏𝐑𝐎𝐆𝐑𝐀𝐌𝐌𝐀:
𝐕𝐞𝐧𝐞𝐫𝐝𝐢̀ 𝟒 𝐧𝐨𝐯𝐞𝐦𝐛𝐫𝐞 𝐨𝐫𝐞 𝟏𝟖:𝟎𝟎
“𝐼𝑙 𝑝𝑖𝑐𝑐𝑜𝑙𝑜 𝐺𝑢𝑖𝑑𝑎𝑟𝑒𝑙𝑙𝑖 𝑎𝑠𝑠𝑜𝑙𝑢𝑡𝑜” 𝐝𝐢 𝐆𝐢𝐨𝐫𝐠𝐢𝐨 𝐆𝐮𝐢𝐝𝐚𝐫𝐞𝐥𝐥𝐢
𝐒𝐚𝐛𝐚𝐭𝐨 𝟓 𝐧𝐨𝐯𝐞𝐦𝐛𝐫𝐞 𝐨𝐫𝐞 𝟏𝟖:𝟎𝟎
“𝑁𝑒𝑟𝑜 𝑑𝑖 𝐿𝑜𝑛𝑑𝑟𝑎. 𝐷𝑎 𝐶𝑎𝑝𝑜𝑟𝑒𝑡𝑡𝑜 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑀𝑎𝑟𝑐𝑖𝑎 𝑠𝑢 𝑅𝑜𝑚𝑎: 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑙’𝑖𝑛𝑡𝑒𝑙𝑙𝑖𝑔𝑒𝑛𝑐𝑒 𝑚𝑖𝑙𝑖𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑏𝑟𝑖𝑡𝑎𝑛𝑛𝑖𝑐𝑎 𝑐𝑟𝑒𝑜̀ 𝑖𝑙 𝑓𝑎𝑠𝑐𝑖𝑠𝑡𝑎 𝑀𝑢𝑠𝑠𝑜𝑙𝑖𝑛𝑖” 𝐝𝐢 𝐆𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐅𝐚𝐬𝐚𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐞 𝐌𝐚𝐫𝐢𝐚 𝐉𝐨𝐬𝐞́ 𝐂𝐞𝐫𝐞𝐠𝐡𝐢𝐧𝐨
𝐕𝐞𝐧𝐞𝐫𝐝𝐢̀ 𝟏𝟏 𝐧𝐨𝐯𝐞𝐦𝐛𝐫𝐞 𝐨𝐫𝐞 𝟏𝟖:𝟎𝟎
“𝐼𝑙 𝑠𝑜𝑙𝑒 𝑎 𝑠𝑡𝑟𝑖𝑠𝑐𝑒. 𝑆𝑡𝑜𝑟𝑖𝑒 𝑑𝑖 𝑒𝑚𝑜𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑑𝑖𝑒𝑡𝑟𝑜 𝑙𝑒 𝑠𝑏𝑎𝑟𝑟𝑒” 𝐝𝐢 𝐌𝐚𝐫𝐢𝐚 𝐓𝐢𝐧𝐭𝐨
𝐒𝐚𝐛𝐚𝐭𝐨 𝟏𝟐 𝐧𝐨𝐯𝐞𝐦𝐛𝐫𝐞 𝐨𝐫𝐞 𝟏𝟖:𝟎𝟎
“𝐿𝑎𝑐𝑟𝑖𝑚𝑒 𝑑𝑖 𝑔𝑒𝑛𝑡𝑖𝑙𝑒𝑧𝑧𝑎. 𝑆𝑢𝑙𝑙𝑒 𝑡𝑟𝑎𝑐𝑐𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑏𝑒𝑙𝑙𝑒𝑧𝑧𝑎 𝑝𝑒𝑟 𝑢𝑛𝑎 (𝑟𝑖)𝑔𝑒𝑛𝑒𝑟𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑢𝑚𝑎𝑛𝑎” 𝐝𝐢 𝐅𝐢𝐥𝐢𝐩𝐩𝐨 𝐂𝐚𝐧𝐧𝐢𝐳𝐳𝐨
𝐕𝐞𝐧𝐞𝐫𝐝𝐢̀ 𝟏𝟖 𝐧𝐨𝐯𝐞𝐦𝐛𝐫𝐞 𝐨𝐫𝐞 𝟏𝟖:𝟎𝟎
“𝑆𝑖𝑔𝑛𝑜𝑟𝑖𝑛𝑎. 𝑀𝑒𝑚𝑜𝑟𝑖𝑒 𝑑𝑖 𝑢𝑛𝑎 𝑟𝑎𝑔𝑎𝑧𝑧𝑎 𝑠𝑝𝑜𝑠𝑎𝑡𝑎” 𝐝𝐢 𝐂𝐡𝐢𝐚𝐫𝐚 𝐒𝐟𝐫𝐞𝐠𝐨𝐥𝐚
𝐒𝐚𝐛𝐚𝐭𝐨 𝟏𝟗 𝐧𝐨𝐯𝐞𝐦𝐛𝐫𝐞 𝐨𝐫𝐞 𝟏𝟖:𝟎𝟎
“𝑁𝑢𝑣𝑜𝑙𝑒, 𝑐𝑢𝑜𝑟𝑖 𝑒 𝑝𝑒𝑛𝑠𝑖𝑒𝑟𝑖 𝑠𝑐𝑜𝑛𝑛𝑒𝑠𝑠𝑖” 𝐝𝐢 𝐆𝐞𝐫𝐦𝐚𝐧𝐚 𝐓𝐫𝐢𝐧𝐜𝐚
A Palazzo Grutter, Piazzetta Francesco Zacchi 20, Grottaferrata

Fonte: Castelli Notizie

Ezra Pound e le macerie dell’Europa 50 anni dopo

Hemingway, suoi Cantos dureranno finché esisterà la letteratura

 

 

(di Paolo Petroni) (ANSA) – ROMA, 30 OTT – Personaggio oramai considerato centrale per la cultura del Novecento, Ezra Pound, di cui il primo novembre ricorrono i 50 anni dalla morte nel 1972, è stato comunque figura anomala e, per la sua biografia e ”aver scambiato Mussolini per Jefferson”, l’amato patriota americano tra gli estensori della Dichiarazione d’Indipendenza, ”esempio di civiltà e onestà”.

Fu anche perseguitato e poi valutato ideologicamente più per questo che per la sua grande opera poetica e le sue attività in favore degli altri, che furono personaggi come Eliot, che gli fece rivedere la sua ”Terra desolata” definendolo in seguito ”il miglior fabbro”, o Joyce, di cui pubblicò in rivista capitoli dell’ ”Ulisse” venendo denunciato così per pubblicazione oscena, romanzo di cui poi aiutò la conoscenza e diffusione per anni.

I suoi 116 ”Cantos” sono di una lettura molto impegnativa, difficile, ma non più di quanto lo siano stati considerati a suo tempo ”Ulisse” e ancor più ”Finnegans Wake”. ”Animale poetico”, Pound aveva della poesia un ideale stilistico formulato attraverso il concetto di immaginismo, all’inizio elaborato astrattamente e col tempo indicandone l’esemplificazione nella poesia cinese, scoperta nel 1913 e accolta con entusiasmo. Per lui immaginismo significava, esprimersi in breve, in sintesi, ma comprensibilmente e in questo gli ideogrammi cinesi gli apparvero un modello pensava si dovesse e potesse avvicinare la lingua inglese, grazie alla sua grammatica elementare e duttilità. Del resto, per lui la vera poesia era ”semplicemente linguaggio carico di significati al massimo grado possibile”.
    L’animo americano di Pound, esule in Europa e principalmente in Italia, partendo dal 1924 e praticamente, tranne i 12 anni dal 1945 in un ospedale psichiatrico negli Usa, sino alla sua morte, a Venezia, aveva lo spirito di chi non conosce confini e esplora sempre nuove frontiere. Così studia e si avvicina alla Cina di Confucio, che traduce in prigionia, all’antico Egitto, passa dagli stilnovisti, Dante, Cavalcanti, al Rinascimento così che nei suoi scritti e nei suoi versi, più o meno esplicitamente, tutto dialoga e si rapporta in ”un eterno presente”, come lo definì un altro poeta americano, William Carlos Williams, che si popola di visioni insidiose e sgomenti in una continua, ossessiva esplorazione a tutto campo della coscienza umana, trovando davanti a sé solo macerie. Nel canto 76 evoca se stesso come scriba di fronte al naufragio dell’Europa.
    Il poeta vede possibile questa sua personalissima indagine della tradizione, senza confini di spazio e tempo, solo attraverso il recupero di schegge, frammenti, citazioni. ”Il suo canto inaudito è intessuto di questi lacerti, che, esaurita la loro funzione, non sopravvivono ad esso – annota Masolino D’Amico – Da qui l’impressione di artificiosità, così spesso rimproverata alla sua poesia”. Una lettura davvero non semplice e tutta sempre da decrittare, in cui, intraprendendo un atto di trasmissione di quella tradizione, ne certifica praticamente l’impossibilità di trasmetterla. Tutto questo ha come un’impennata a partire dai versi scritti durante e dopo la prigionia, dai ”Cantos pisani” in poi che si fanno ”selva oscura”, sinfonia musicale e stilistica più o meno inintelleggibile.
    Pound, come poeta, come uomo di cultura, riteneva doveroso occuparsi della realtà socioeconomica in cui si trova a vivere e identifica nello scontro tra economia e finanza il nodo del mondo moderno con al centro il problema dell’usura e del valore della moneta, dedicandogli attenzione, sia nella produzione letteraria e poetica, sia in due saggi intitolati ”ABC dell’economia” e ”Lavoro e usura”. Deriva anche da queste sue idee il pensare che Mussolini, ma anche Hitler, combattessero quella realtà e l’esprimere per loro sostegno e ammirazione, che, dopo la Liberazione, gli costarono un processo per tradimento nel suo paese, l’America, dove fu dichiara incapace di intendere di volere e internato, per un periodo, prima del trasferimento oltreoceano, nella celebre gabbia di acciaio, una cella di sicurezza senza servizi igienici o possibilità di ripararsi dal freddo e dal caldo, che definirà la ”gabbia da gorilla”. Comunque, per una sua ostinata difesa delle sue posizioni durante la guerra è accaduto che il centro sociale neofascista CasaPound si intitolasse al suo nome, tanto che sua figlia Mary de Rachewiltz ha intentato nel 2011 una causa per uso improprio del cognome, in quanto riteneva lesivo della memoria del padre l’associazione del nome Pound con un gruppo che si è reso responsabile di gravi violenze.
    Ricordato questo non resta che citare il finale dell’ultimo dei suoi Cantos: ”carità talvolta l’ebbi,/ non riesco a farla fluire./ Un po’ di luce, come un barlume /ci riconduca allo splendore”. E ricordare, con le parole di Ernest Hemingway, che ”Il meglio della scrittura di Pound, che è nei Cantos, durerà finché esisterà la letteratura”.

Fonte: Ansa

Cosa c’è di vero nel libro ‘’Niente di vero’’ di Veronica Raimo

 

 

Il libro di Veronica RaimoNiente di Vero, è uscito in libreria il 1 febbraio 2022 per Einaudi. Da quel momento in poi il broncio della ragazzina in copertina ha cominciato a circolare ovunque, fino ad aggiudicarsi il Premio Strega Giovani. L’immagine si abbina perfettamente al titolo, un evidente gioco di parole con il nome dell’autrice e uno scherzo al lettore che pone il dilemma già in apertura. Le vicende che racconta sono vere o si è inventata tutto?

Se ne è parlato come un romanzo autobiografico dall’ironia tagliente, un tratto che ha suscitato fin da subito parecchia curiosità. Non avevo mai letto nulla di Veronica Raimo e me ne dispiaccio ma d’altronde, come dice l’autrice stessa, il nome famoso è quello del fratello Christian, assessore municipale e nota personalità della vita culturale di Roma. Di solito quando mi avvicino a una nuova scrittrice o scrittore sono cauta, prima di fiondarmi a leggere indago un po’. Questa volta a convincermi a cedere alla novità è stata Claudia Durastanti, un’autrice che apprezzo molto e che ha scritto: ”Leggere questo romanzo è una festa. Ma molte pagine sono ferite da medusa: bruciano alla distanza”. A posteriori non posso che concordare con lei su entrambe le metafore.

Il ritmo festoso e dirompente del libro di Veronica Raimo

 

Veronica Raimo - @Rakuten Kobo

 

Una festa sì perché il ritmo che Veronica Raimo utilizza è vivace, le frasi sono brevi e schiette, come si intuisce dall’esilarante incipit ‘’Mio fratello muore tante volte al mese’’. Come non rimanere rapiti dall’immagine della madre paranoica che chiama insistentemente il figlio al telefono per sapere se è vivo? Inizia così il romanzo, ma forse più propriamente il memoir – visto che quello che si sussegue in ordine temporale sparso sono i ricordi della protagonista. Una serie di bizzarre scenette familiari con sviluppi sempre più insoliti. Ma le ferite, anche se apparentemente celate da un punto di vista singolare e ironico, si insidiano sottili tra una risata e l’altra ed emergono sotto forma di un retrogusto dolceamaro, che si può comprendere solo alla fine e a distanza di giorni.

Una strana famiglia, come tutte

Nel libro di Raimo si muovono principalmente i suoi familiari, ma anche gli amici, le amiche e gli ex fidanzati di cui racconta avventure, gioie e fallimenti. Il centro è dunque lo stretto nucleo di affetti. Un fratello genio inarrivabile e compagno di noia, una madre onnipresente e un padre ipocondriaco, a cui fanno da cornice altre figure grottesche come il nonno e gli zii. Le loro nevrosi, la loro umana limitatezza e il loro comico lessico famigliare – come l’indimenticabile ”siamo arrivati al paradosso” – costruiscono i poli della narrazione, tanto che l’autrice stessa definisce il romanzo come un libro ”sulla nostra [sua e di Christian] famiglia”.

Una carrellata di figure da circo delle quali però Raimo non si vergogna mai del tutto, pur sentendosi distante dai loro modi di fare e dalle loro stranezze. Perché nel libro, tra i tanti temi, si parla anche di questo, della sensazione di sentirsi strani, disallineati dal contesto di origine e dal mondo intero o semplicemente dalle aspettative non rispettate. Come quando l’autrice ricorda il contrasto fisico tra il suo corpo totalmente privo di forme, ritenuto convenzionalmente poco femminile, e quello della zia prosperosa, abile cuoca, delusa per il mancato apprezzamento della sua cucina da parte di una nipote magra e inappetente.

Cos’è la memoria per Veronica Raimo?

L’altro tema che circola prepotentemente tra le pagine è quello della memoria, che sembra essere la chiave di volta di tutta l’architettura letteraria.

«La memoria per me è come il gioco dei dadi che facevo da piccola, si tratta solo di decidere se sia inutile o truccato».

Non solo memoria intesa come disposizione mentale a ricordare il passato distorcendolo a proprio piacimento, ma anche riflessione su cosa significhi scrivere di sé. Quello che Raimo confessa con onestà al lettore è di scrivere selezionando aneddoti dalla sua vita con probabile assenza di obbiettività e quindi di essere totalmente inaffidabile. Mettere in guardia il lettore fin dall’inizio fa parte del gioco. Raimo gioca tantissimo fin da bambina, con le immagini, con le parole e dice un sacco di bugie, fino a confondere anche a sé stessa la sua vera identità.

Quello che rimane (di vero) nel libro di Raimo

Quindi per quale motivo leggere questo libro forse pieno di balle? Perché anche se non sappiamo cosa ci sia di vero in questa auto-fiction non può che rimanere impressa la tenerezza e l’emozione con cui Raimo parla della sua amica Cecilia – a cui il romanzo è dedicato – dalla quale si è allontanata inspiegabilmente e con la quale però non riesce a chiudere davvero. Oppure il buffo rapporto con il padre, che le ritorna in mente dopo la morte del genitore. Perché dietro alle risate ci sono argomenti difficili, come una molestia da parte di un familiare o la maternità indesiderata.

Quello che rimane (di vero) è forse una lezione che potremmo imparare: non sempre i drammi devono rovinarci la vita, si possono invece interpretare da un punto di vista diverso, lontano dal vittimismo e dall’autocommiserazione. Il che non significa sminuire i dolori propri e degli altri, ma guardarli dall’esterno per quello che sono, momenti strani delle nostre vite sgangherate. Ma si può leggere questo libro anche e solo per un altro motivo: il divertentissimo e riuscito esercizio letterario, che lo rende unico e originale. Un esempio di scrittura intelligente e un genere a sé che mancava nella letteratura italiana degli ultimi tempi.

Fonte: Metropolitan Magazine

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