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Crowley (Usa): relazioni Roma-Washington davvero molto solide

Il diplomatico al “Transatlantic Award Gala Dinner” a Milano

“L’importanza delle relazioni economiche transatlantiche” è al centro del “legame davvero molto forte tra il governo di Roma e il governo di Washington”. Così Shawn Crowley, l’incaricato d’affari ad interim presso l’Ambasciata degli Stati Uniti d’America in Italia, che è intervenuto a Milano al tradizionale “Transatlantic Award Gala Dinner” organizzato dall’American Chamber, con un discorso in un italiano impeccabile.

E per askanews Crowley, diplomatico di alto profilo con un curriculum davvero importante, tira le fila di un anno pieno di sfide:

“Quest’anno abbiamo avuto le elezioni in Italia ma anche le elezioni di Midterm negli Stati Uniti e posso dire che, indipendentemente dai risultati, i rapporti economici sono molto molto saldi e, dopo le elezioni su entrambe le sponde dell’Atlantico, abbiamo davvero un legame molto forte tra il governo di Roma e il governo di Washington”.

Le immagini del bilaterale tra Joe Biden e Giorgia Meloni, a margine del G20 di Bali, sono ancora un ricordo vivo. Ma non solo un mero ricordo.

“Il presidente Biden ha incontrato la presidente Meloni, le ha anche parlato al telefono e una delle cose che sia il presidente Biden che il presidente Meloni hanno sempre sollevato è l’importanza delle relazioni economiche transatlantiche”.

Crowley le definisce un “caposaldo”: “Le relazioni economiche tra Stati Uniti e Italia sono davvero uno dei capisaldi fondamentali di tutto il nostro rapporto. Non è solo sicurezza. Non è solo cultura. Non è solo turismo ma sono investimenti e commercio”.

Nel corso della serata milanese dell’AmCham, come da tradizione, sono state premiate le aziende statunitensi e italiane che hanno compiuto importanti investimenti sull’asse transatlantico.

“Negli ultimi due anni abbiamo creato oltre 240.000 posti di lavoro in Italia con investimenti statunitensi qui e l’Italia sta facendo la stessa cosa negli Stati Uniti. Quindi, specialmente in tempi economici difficili, come vediamo tutti in questo momento, a causa dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, è importante avere buoni amici e amici affidabili e lavoriamo assieme all’Italia con molti molti amici, ma soprattutto con amici in economia”.

Si può fare di più da parte italiana?

“Bene, penso che da entrambi i lati possiamo fare qualcosa, come sempre, per migliorare. AmCham, che ospita questo evento, è molto molto attiva nel far funzionare aziende americane qui in Italia e aziende italiane in America e quindi aiutare i governi di Washington e Roma per migliorare il clima degli affari. Insomma possiamo compiere passi da entrambe le parti dell’Atlantico e possiamo compierli per migliorare l’ambiente di business. A volte ci troviamo una grande burocrazia a Washington e a volte anche in Italia: ogni ostacolo che possiamo ridurre aiuta a costruire ancora meglio le relazioni”.

Servizio di Cristina Giuliano

Montaggio di Linda Verzani

Fonte: Askanews

“Non hanno più voglia di vivere”, la guerra in Ucraina porta in Italia la sindrome da rassegnazione dei bambini

 

"Non hanno più voglia di vivere", la guerra in Ucraina porta in Italia la sindrome da rassegnazione dei bambini
Colpisce i ragazzini in fuga dalla guerra. Dopo il caso del piccolo Samir, cresce il numero dei giovanissimi che si isolano e smettono di parlare, nutrirsi e interagire col mondo. La psicologa Maria Pontillo del Bambino Gesù: “Succede soprattutto ai piccoli profughi ucraini: serve un sostegno psicologico, prima ancora della cittadinanza” 

Ricorda la storia di Arhon Appelfend lo scrittore ebreo scampato alla Shoa e del suo “Il ragazzo che voleva dormire”. Stessa età, 17 anni, stessa storia di fuga dalla guerra. Oleg (nome di fantasia) però al contrario di Erwin, il protagonista del libro, non vuole dormire, ma si rifiuta di parlare e di mangiare. Arrivato in Italia nel marzo 2022, dopo esser fuggito dalla guerra in Ucraina, il giovane soffre della sindrome da rassegnazione. Un disturbo provocato da una sofferenza talmente grande da “spegnere” il cervello e far ritirare l’individuo in se stesso. La patologia era già venuta alla luce negli 2007 in Svezia, dove alcuni rifugiati siriani e della ex Jugoslavia, a cui era stata negata la cittadinanza, erano caduti in un sonno profondo e duraturo.

La sindrome da rassegnazione arriva anche in Italia

Con la guerra russo-ucraina alcuni casi hanno cominciato ad arrivare in Italia e sono stati intercettati dal servizio di Neuropsichiatria dell’età evolutiva dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma. “Sono bambini che non rispondono agli stimoli vitali – racconta la dottoressa Maria Pontillo che li ha in cura – Bisogna esser molto cauti perché i sintomi sono molteplici: dal mutismo, al rallentamento, alla difficoltà ad alimentarsi e ad espletare le funzioni fisiologiche; solo nei casi più estremi si può riscontrare coma o ipersonnia come in Svezia”. La malattia è una fattispecie del disturbo post traumatico da stress ed è strettamente legata alle esperienze di guerra vissute oltre al fatto che colpisce soprattutto i più giovani proprio per la loro minore capacità di resilienza al dolore.

Se ne parla poco

“I casi sono ancora pochi anche perché se ne parla poco, non abbiamo dati scientifici perché il campione è ancora piccolo” prosegue la psicoterapeuta del Bambino Gesù che già negli anni passati aveva curato Samir, un piccolo profugo siriano con continui colpi di sonno e ritiro sociale e che oggi ha in cura anche altre due vittime della guerra. Due gemelli russi di 17 anni con vulnerabilità psichiatrica, difficoltà sociale e relazionale. “Le loro cartelle sono incredibilmente speculari – spiega Pontillo – con sintomi di chiusura, scarsa risposta agli stimoli, rifiuto della scuola, probabilmente dovute al senso di smarrimento e di incertezza sul futuro”.

In tutti i pazienti il nodo è quello della guerra e i ricordi collegati: fuga dalle bombe, rumore degli spari, sparizione dei genitori. Non è un caso se in letteratura se ne trovano esempi nei detenuti in campo di concentramento durante la Seconda guerra mondiale. “L’esperienza di essere cacciati in una fase cruciale della crescita – prosegue la psicologa – di aver vissuto in terra di origine il rischio di incolumità ha un’influenza drammatica su questi ragazzini che poi rimangono vulnerabili per tutta la vita”.

Il sostegno psicologico prima della cittadinanza

E dunque come intervenire non solo con i profughi ucraini ma con i giovani migranti reduci da traversate infernali, violenze, minacce? “Tra i servizi che diamo quando facciamo accoglienza – suggerisce Pontillo – andrebbe previsto un sistema di monitoraggio psicologico e una continua comunicazione tra le associazioni e gli ospedali di terzo livello come il nostro”. Molto spesso il problema non emerge perché nessuno dei familiari è in grado di riconoscere i sintomi, i rifugiati hanno mille problemi, una scarsa preparazione e vite rocambolesche.

“Io non condivido nemmeno – chiosa la dottoressa – la ‘soluzione’ propugnata dalla Svezia di fornire il documento di soggiorno o di cittadinanza. Si tratta di traumi psicologici per i quali è imprescindibile l’intervento di elaborazione postraumatico condotto dallo psicologo e la riabilitazione medica e solo successivamente l’integrazione sociale”.

Fonte: La Repubblica

ROMA (ITALPRESS) – “La guerra in Ucraina, già alla vigilia del suo inizio, ha interrogato ciascuno di noi. Perchè è arrivato l’orrore di questo conflitto insensato e blasfemo, come lo è ogni guerra? Possiamo parlare con sicurezza di una guerra giusta? Possiamo parlare con sicurezza di una guerra santa? A quante altre tragedie dovremo assistere prima che tutti coloro che sono coinvolti in ogni guerra comprendano che questa è unicamente una strada di morte che illude soltanto alcuni di essere i vincitori? Perchè sia chiaro: con la guerra siamo tutti sconfitti.Anche coloro che non vi hanno preso parte e che, nell’indifferenza vigliacca, sono rimasti a guardare questo orrore senza intervenire per portare la pace. Tutti noi, in qualsiasi ruolo, abbiamo il dovere di essere uomini di pace. Nessuno escluso”. Così Papa Francesco nell’introduzione al libro “Un’enciclica sulla pace in Ucraina”, di cui il Corriere della Sera pubblica uno stralcio. “Mentre continuiamo a pregare insistentemente per la pace in Ucraina, non dobbiamo abituarci a questa come a nessun’altra guerra. Non dobbiamo, per nessuna ragione al mondo, assuefarci davanti a tutto ciò, quasi dando per scontata questa terza guerra mondiale a pezzi che è drammaticamente diventata, sotto i nostri occhi, una terza guerra mondiale totale. Preghiamo per la pace! Lavoriamo per la pace!”, conclude il Santo Padre.

Fonte: Vivere Roma

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