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Volodymyr Borovyk

Il ristoratore della Tuscolana che ha lasciato la famiglia a Roma per arruolarsi nell’esercito ucraino

38 anni, una moglie e tre figli a Roma dove, da anni, gestisce anche il primo e l’unico ristorante ucraino: “Appena ho saputo che stava scoppiando la guerra, sono sceso”

“Scusami, c’è l’allarme anti aereo. Devo andare”. La telefonata si interrompe e l’appuntamento dobbiamo rimandarlo. Così per giorni. Ieri, finalmente, un po’ di respiro e, con calma, siamo riusciti a contattarlo. Seppure l’ombra nera della guerra in Ucraina, c’è, si fa sentire. Volodymyr Borovyk, 38 anni, dal 2004 vive a Roma. Nella capitale ha costruito una famiglia, ha una moglie, tre figli e due attività.

Da tempo gestisce con un socio il Kniazhyi Dvir, l’unico ristorante ucraino a Roma, in via Latina, a San Giovanni. Da anni è ormai punto di riferimento della comunità dell’est, anche perché Volodymyr dirige pure il Caf dedicato ai lavoratori stranieri in Italia, a Furio Camillo, che negli anni gli ha dato competenze amministrative e burocratiche.

Qualità che, da giorni, sta mettendo al servizio dell’esercito ucraino. Già, perché Volodymyr – sempre sorridente quando parla con noi – ha deciso di mollare tutto e tornare in patria e arruolarsi per difendere la sua patria. 

“Sono tornato in Ucraina per i miei figli”

Dopo essere arrivato a Kiev, ora è a Chernivtsi. “Questi giorni sono stati intensi, ci sono allarmi ogni sera. Quand’è così dobbiamo spegnere le luci e i dispositivi”, racconta il ristoratore che porta lo stesso nome di battesimo di Zelensky, il presidente dell’Ucraina. 

Volodymyr racconta che da quando si è arruolato nell’esercito, lavora dalle 7 del mattino alle nove di sera: “È stancante, ma ho scelto di essere qui soprattutto per i miei figli. Hanno 6, 8 e 10 anni. Voglio lavorare e combattere per dare loro l’opportunità di scegliere. Sono nati a Roma, studiano e fanno sport, ma sono pur sempre ucraini. Quando vengono qui dai nonni si trovano bene. Dobbiamo lavorare per il loro futuro. Se un domani volessero trasferirsi in Ucraina, devono avere l’opportunità di farlo”. 

Prima della guerra

Volodymyr, che si scusa per il suo italiano (pressoché perfetto invece ndr), racconta a RomaToday come e quando ha deciso di tornare in patria, lasciando la sua casa alla Tuscolana, in zona Furio Camillo. “Sono partito per l’Ucraina due giorni prima che iniziasse la guerra. Quando il presidente degli Stati Uniti Biden ha parlato di un attacco imminente della Russia, spostando l’ambasciata americana prima a Leopoli e poi in Polonia, non ci ho pensato due volte. Ho capito che la situazione sarebbe degenerata, non immaginavo fino a questo punto però”. 

A Kiev, Volodymyr è arrivato in aereo: “Non sono andato lì con l’idea di combattere. Nessuno di noi lo pensava. Però mi son detto che avrei voluto dare una mano al mio Paese sul campo, nel caso ce ne fosse stato bisogno”. E così, come hanno raccontato gli ultimi giorni già entrati nella storia, purtroppo quel bisogno è diventato necessità. “Ho spiegato tutto a mia moglie e ai figli. Loro mi hanno chiesto se fossi sicuro di partire. Non ho mai avuto dubbi, non ho voluto annullare il biglietto. La motivazione era chiara, solo una. In caso di guerra, avrei dato una mano”, ha spiegato il ristoratore “romano”. E così  è stato. 

“Appena arrivato, due giorni prima della guerra, Kiev era abbastanza tranquilla. Cinque ore prima dell’attacco, sono stato ad un evento dove c’erano anche delle istituzioni locali, per la presentazione di un film. Il sentimento comune era quello che l’invasione russa sarebbe arrivata fino a Lugansk e Donetsk. Nessuno immaginava un attacco così feroce”, racconta Volodymyr: “Invece cinque ore dopo ci siamo svegliati sotto i bombardamenti”.

La storia, da qui, è destinata a cambiare. Volodymir che era arrivato a Kiev, da Roma, con un amico pensa al da farsi: “Lui voleva lasciare la città a tutti i costi, per andare nella zona occidentale del Paese. O comunque più lontano possibile”. 

La fuga da Kiev

“Spingevo per muoverci in treno, lui voleva in macchina”. L’esodo è stato raccontato dalle tante fotografie che dopo le prime bombe hanno descritto meglio di qualunque parola, il serpentone di auto in fuga dalla città. I due scelgono il treno. “Non ho mai visto così tante persone in un posto. Assurdo. Neanche siamo riusciti ad arrivare in stazione. Così siamo tornati indietro, verso l’albergo in piazza Majdan (la più famosa di Kiev) con la città insolitamente vuota. Così abbiamo trovato un altro gruppo di persone e ci siamo messi in marcia”. Per così dire però, perché il viaggio è un’odissea. “I 400 chilometri da Kiev a Leopoli sono stati infiniti, ci abbiamo messo 23 ore”. 

Le colonne di auto in fuga, erano fuori da ogni immaginazione. “A un certo punto ero stufo di stare in auto, ho camminato e fumato due sigarette in autostrada. Mi sono dovuto fermare e aspettare i miei amici, in auto, che erano ancora dietro. Li ho attesi per 20 minuti. Quasi quasi sarebbe stato meglio, e più veloce, raggiungere Leopoli a piedi. Altro che il traffico di Roma”, dice Volodymyr sorridendo. Perché la battuta, quella neanche le bombe la cancellano.

Da ristoratore a soldato

Il gruppo a Leopoli si divide. Gli amici di Volodymyr raggiungono la frontiera per lasciare l’Ucraina, lui invece no. Vuole restare: “Non volevo lasciare il mio Paese e vedere la guerra in tv, tranquillo. Così ho raggiunto la mia città Natale, Chernivtsi. “Lunedì scorso mi sono iscritto come soldato semplice. Il giorno mi sono presentato di nuovo in commissariato, in attesa di una destinazione”.

Le autorità capiscono la capacità gestionale e amministrative di Volodymyr, dovute alla sua esperienza al Caf: “Hanno deciso di lasciarmi qui a Chernivtsi, per fare tutto il lavoro burocratico e di gestione del personale. Una figura fondamentale, a loro dire. Sono un soldato ora, sono a disposizione. In caso di necessità, sarei comunque pronto per partire al fronte”. 

Se il presente è incerto e, come racconta il quotidiano, rischioso, il futuro per Volodymyr e la sua famiglia è chiaro: “Dopo la guerra voglio tornare a Roma. Ho la mia vita lì. Sono in Ucraina per uno scopo, dare l’opportunità di scelta ai miei figli quando saranno grandi e finiranno gli studi. Dobbiamo salvare un Paese dove loro possono tornare e andare. A loro l’Ucraina, quando siamo andati, è sempre piaciuta. Ci sono tanti ucraini che vivono in Italia che sono venuti qui, come me, a difendere il nostro Paese. È casa nostra. È una opportunità”. 

Gli ucraini vogliono combattere

“Sono tante le persone ucraine che arrivano da altre nazioni e arrivano per arruolarsi. Ora che ho questo ruolo di gestione del personale nell’esercito, me ne rendo conto. Chi arriva ha tanta motivazione. Tant’è che qui, in Ucraina, non c’è solo il classico esercito ucraino, ma anche i gruppi di difesa territoriale che seguono le istruzioni dal governo ucraino. Sono forti e organizzati”, aggiunge Volodymyr. Quando gli chiediamo se ci invia una foto, lui sorride.

“Non ci crederai, ma la divisa militare ancora non me l’hanno data. Le hanno ordinate. Qui in ufficio io e altri tre collaboratori siamo in abiti civili. Le divise per ora le danno solo a chi combatte in strada. Funziona come Italia, siamo lenti con le questioni burocratiche”, dice ridendo per poi inviarci un’altra foto iconica, lui con la bandiera dell’Ucraina. L’ultima scattata prima della guerra, a quell’evento, cinque ore prima dell’invasione russa.

Fonte: Roma Today

Per tutte le info: info@roma-news.it

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